Centrali l’economia dei territori e la cura dello spirito.  

“La Sicilia è una di quelle regioni che più di tutte a livello europeo può sintetizzare dieci culture differenti in un intero piatto , uno che cammina lì cammina in centinaia di anni di storia”. Così Luca Bruschi- direttore dell’Associazione europea delle vie francigene (AEVF)– dipinge l’isola, mentre parliamo della storia del cammino che lega Palermo ad Agrigento.

“Dentro  la parola cammino culturale c’è tutta l’esperienza a 360° gradi che può essere barocca, normanna ecc…quindi ben vengano i cammini legati a culture e spazi temporali che si intrecciano. La stessa via francigenache si immagina legata al periodo medievale- era prima una via di commercio e non necessariamente ci si vuole vincolare al fatto che sia un itinerario di pellegrinaggio relegato a quel periodo storico: è un itinerario culturale che ha tra i suoi riferimenti quello di essere legato a un tema spirituale” commenta.

Come si conciliano le vie francigene europee con la Magna Via Francigena? 

“Il Consiglio d’Europa auspica che si intreccino dialoghi tra itinerari in particolare tra quelli che fanno parte della stessa famiglia. Si tratta, oltretutto, dell’organo chiamato a tutelare le vie francigene europee. L’AEVF risponde al Consiglio d’Europa e al programma degli itinerari lanciato 30 anni, che promuove il patrimonio culturale europeo. Al suo interno ce ne sono alcuni legati al pellegrinaggio come il Cammino di Santiago, il primo proposto 30 anni fa e  il cammino di San Martino di Tours, di stampo medievale, ma fondamentalmente sono cammini culturali.”

L’AEVF compie 16 anni quest’anno.

“Sì l’associazione è stata fondata nel 2001, contiamo 126 presenze tra comuni, tra comuni, province e regioni e circa un centinaio di associazioni. In questi anni abbiamo fatto tanto nei territori, abbiamo cercato di far emergere nella pubbliche amministrazioni la consapevolezza dell’importanza di investire tempo, energia e denaro e risorse per sviluppare i cammini. Un ruolo fondamentale è quello delle associazioni e appassionati, con istituzioni ed enti locali che fanno da playmaker. Negli ultimi anni, inoltre, sono sempre di più gli operatori economici interessati ai cammini.”

Questi ultimi potrebbero essere un volano per l’economia, magari anche per territori meno conosciuti? 

“Io direi di sì, chiaramente come ogni cosa se non ha sostenibilità economica, si può andare avanti con la passione, ma al massimo un anno o due…se un cammino non genera delle ricadute economiche nei confronti degli operatori culturali,  dei cittadini…avrà vita breve, nessuno si occuperà di manutenzione, segnaletica, accoglienza e le amministrazioni investiranno altrove. Questo comunque non vuol dire che si debba massificare.  A livello internazionale i cammini sono  sviluppati da tempo, in Italia siamo un po’ in ritardo, ma ci stiamo muovendo in merito anche sotto il profilo delle infrastrutture. Occorre fare rete, mettendo insieme Comuni, associazioni, imprenditoria, Università. Sì è questo il concetto fondamentale: quello di fare rete, la velocità di un progetto e il suo equilibrio sicuramente cambia. Se prosegue bene, un camminatore sarà poi spinto a conoscere anche altre vie, creando così un beneficio economico per diversi territori.”

Da  “camminatore” saltuario a pellegrino: come? 

“Diciamo che il pellegrinaggio oggi è qualcosa che ti consente di impadronirti di una cosa che è molto preziosa: il tempo. Recuperarne  per se stessi, per pensare, per riflettere, per incontrare persone, per evitare di passare la giornata a scaricare email. Staccare dal quotidiano: sei a contatto con un microcosmo, che ti porta a riconciliarti con la natura. Una delle principali cose che vengono sottolineate in merito ai cammini è l’autenticità, magari legata agli incontri che uno fa casualmente. Arrivare a una città a piedi, inoltre,  ha un sapore diverso rispetto al farlo in auto, in areo. Il pellegrinaggio è un’attitudine , un ‘atteggiamento che si ha nel vivere nel territorio. Uno può anche esser pellegrino camminando intorno a casa, c’è una spiritualità di fondo: non necessariamente legata alla religiosità, ma è sicuramente un momento in cui ci si mette in discussione.”

Come prepararsi?

“In genere hanno le loro difficoltà, ma sono accessibili a tutti. Come per ogni cosa  ci vuole preparazione , più psicologica (specialmente se si parte da soli)  che fisica. Si tratta di averne un minimo, con un abbigliamento da trekking, scarpe comode e. uno zaino  leggero. Man mano che si cammina, poi, si impara a conoscere il proprio corpo e  dopo qualche giorno si capisce se è necessario rallentare o si può accelerare”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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